L,C studio di progettazione

architettura senza architetti 01

Domenica mattina. Cammino per Firenze e per fortuna ci sono poche auto. Sarà perché ho ancora sonno, oppure perché non ho digerito la trippa della sera prima, ma penso di vedere questa città come mai mi era successo prima. Culla del Rinascimento e madre tra le più feconde di arte ed architettura, Firenze rappresenta il simbolo del primato della ragione, della cultura e della conoscenza, sul caos, il disordine e la spontaneità della natura. E’ invece proprio spontanea ed elegantemente disordinata ed autentica che trovo oggi questa città. Insostituibile quella strada così stretta da essere contraria a tutti i regolamenti edilizi moderni; sublime quella facciata barbaramente incompiuta; adorabile questo sovrapporsi, assolutamente casuale, di altezze, materiali, tecniche e linguaggi diversi; da lacrime quando un arco in mattoni ci appare brutalizzato a più riprese solo per tamponarlo, aprire una finestra od abbassare un’ imposta, ma solo così diventa fascinosa e asimmetrica geometria; standing ovation infine davanti al ponte vecchio con il suo disordinato accatastarsi di piccoli volumi sostenuti da esili puntoni di legno; solo uno strano ordinato elemento sembra turbare questa improbabile e non cercata perfezione: un rigoroso e massivo volume lo sovrasta sottraendogli leggerezza, lo guardo meglio e..perbacco.. dentro di me arrossisco dall’imbarazzo….è il corridoio vasariano! Capisco allora che devo camminare ancora un po’ affinché la trippa di ieri possa trovare la sua strada naturale! Mentre cammino per avvicinarmi al ponte la vista del corridoio scompare e io, libero dal giogo intellettuale del grande maestro, penso: Il ponte più famoso del mondo oggi sarebbe un abuso edilizio! Quale regolamento, piano o progetto di illuminata mente avrebbe potuto generare in un solo gesto il ponte così come lo vedo adesso? Firenze non è Brunelleschi, non è Michelangelo, non è Vasari. Ancora forte degli effetti allucinogeni della trippa alla fiorentina torno a casa con la testa ingombra di immagini: “il capanno di mio nonno”, “un vecchio borgo bianco e sbilenco”, “i retoni di Marina di Pisa”, e parole: “architettura spontanea”, “architettura anonima”..”architettura senza architetti”. Di questo quindi scriverò sulle pagine di questa nuova rivista : di Architettura senza gli Architetti (anche senza Geometri ed Ingegneri naturalmente!) Pur ammirando l’architettura firmata (addirittura animato da non sane pulsioni onanistiche per essa), proprio come apprezzo un abito firmato, perfetto nel taglio e scintillante opera di ingegno, mi sto rendendo sempre più conto di non provare per essa niente più di questo: semplice ammirazione. L’architettura griffata, nei casi più felici, è come una top model: perfetta nelle proporzioni, ma un po’ avara di morbidezza, perfettamente fotografata, perfettamente vestita, perfettamente truccata, perfettamente raccontata. E’ un modello, un cartamodello, e allude non alla donna, ma al suo ideale elaborato dal marketing. La Top model non può invecchiare, non può subire modifiche che lo stilista non voglia, è altera, non è autentica. Di quale donna ci innamoriamo? Di una donna così o di una donna vera, con il suo vissuto ed i suoi difetti? Prima che l’effetto della trippa finisca, prima che possa subire le rimostranze della mia compagna (che amo nonostante sia bella come una top Model), e prima di farmi troppi nemici tra i colleghi lettori, metto un punto sperando di ritrovarvi al prossimo numero. Luca Difonzo

(pubblicato su ARKNEWS n°1, marzo 2010, FELICI editore Pisa)

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