
Ark without ark
L’architettura senza gli architetti 02
articolo pubblicato su ARKNEWS n° 2 felici editore Pisa.
Ancora una volta l’incipit di questa rubrica è il cibo. Si parlava di Trippa alla fiorentina nel
numero precedente e oggi, esattamente come faceva mia nonna , vi racconto cosa ho
mangiato ieri.
In un ricercato ristorante ho consumato un delizioso pranzo confezionato da uno “stellato”
chef. L’entrée di crudità di mare era fantastico! Tra gli ingredienti: merluzzo delle Lofoten,
salmone canadese, ostrica delle calanques, caviale del Kazakistan e triglia livornese,
conditi con olio pugliese, sale hawaiano, lime di Tahiti e chicchi di melograno nostrale!
L’accostamento e la scelta degli ingredienti, la loro lavorazione e non ultima la
composizione del piatto erano perfetti. Porzione scarsa.
La sera a casa ho mangiato le polpette con le patate. Porzione abbondante.
Morale? Nessuna, se non che si dovrebbe poter mangiar di tutto.
Anche il nutrimento per la nostra mente dovrebbe essere così: vario.
Non credo sia invece un mistero il fatto che il nutrimento principale del cervello degli
architetti sia la cucina “stellata” nella sua variante congelata delle riviste di architettura.
Io parlo di polpette per il solo fatto che pochi lo fanno.
Lo studioso che, forse per primo in epoca moderna, si è occupato di architettura senza gli
architetti (cioè di polpette) è stato Bernard Rudofsky. (1905-1988)
Architetto, Ingegnerie e critico era ordinario di arte e architettura presso l’università di Yale,
della Royal Accademy of fine Arts di Copenaghen e dell’università Waseda di Tokyo.
Razionalista convinto lavorò in Italia con il nostro Luigi Cosenza.
Nell’inverno del 1964 Bernard Rudofsky allestisce al Museum of Modern Art di New York
una mostra dal titolo “Architecture without Architects”. Viene coniato il termine “architettura
spontanea” o più precisamente “no pedigree architecture”.
Rudofsky alcuni mesi prima aveva visitato la Puglia ed era rimasto folgorato dalla bellezza
dei luoghi, antropizzati e costruiti evidentemente, ma senza che fosse possibile
rintracciarne la mano creatrice a meno che non accettiamo che essa sia molto
semplicemente: la praticità, la statica, il sole, i materiali disponibili, il tempo che passa, la
bellezza del paesaggo circostante…. Così scrive Rudofski di Martinafranca:
“La vecchia città ovoidale……… ha uno straordinario reticolo di pianta: strade strette e
tortuose, impervie al passaggio dei veicoli, e circa centosessanta vicoli ciechi: un labirinto
che metterebbe in imbarazzo Teseo: il selciato è netto e levigato, e i molti vicoli senza
marciapiede sembrano i corridoi interni di un solo edificio monolitico. Porte e finestre fan
pensare alle scure pitture astratte della scuola newyorkese, appese ai muri di un museo”.
Queste impressioni, insieme a molte altre, formano un vasto catalogo fotografico che
prima costituisce il corpo della mostra, e poi della pubblicazione di una serie di testi
sull’argomento.
La mostra fu realizzata con il sostegno degli intellettuali che negli Stati Uniti erano vicini a
Rudofsky: Walter Gropius, Josè Luis Sert, Richard Neutra, Giò Ponti, Kenzo Tange.
Rudofski non parla mai di linguaggio, quello da lui usato non poteva essere, ovviamente,
altro che contemporaneo. Come tutti i grandi critici di gastronomia era, piu che altro,
concentrato sul sapore. Si era accorto che masticare ogni tanto un poco di architettura
senza architetti poteva essere di gran vantaggio al palato.
Luca Difonzo


